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Scultura : granito, roccia · 36 x 24 x 24 cm 14.2 x 9.4 x 9.4 inch
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Spedito da: Francia
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Tipo
Scultura : Opera d’arte unica
Condizione
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Firma incisa
Dimensioni ( cm • inch )
36 x 24 x 24 cm 14.2 x 9.4 x 9.4 inch Altezza x Larghezza x Profondità
Galleria d'arte
Referenze
Venditore certificato dal 2018
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Questa scultura è l'opera originale di Éric Théret che è stata la base per la creazione di un'edizione di vasi in pasta di vetro con Maison Daum.
Nell'ambito della sua collezione di edizioni artistiche, la Maison Daum ha collaborato con lo scultore Éric Théret per creare un'edizione artistica in pasta di vetro multicolore, ispirata a questa scultura originale in granito.
Scolpita in granito nero, la scultura Daïche presenta una sorprendente dualità tra la superficie liscia e levigata e i bordi ruvidi e grezzi. Il gioco di luci sulla sua superficie levigata contrasta magnificamente con la profonda ombra proiettata dai suoi contorni irregolari. L'opera evoca un'eleganza naturale e una forza senza tempo, esprimendo la bellezza grezza della pietra e sottolineando al contempo l'intervento artistico. La sua forma curva, quasi antropomorfa, invita alla contemplazione e stimola l'interazione sensoriale.
Al centro della scultura c'è un vaso.
Per Éric Théret la monumentalità non è mai fine a se stessa. Non è l'espressione di potenza o di slancio eroico, ma il risultato di un dialogo lento e impegnativo tra la mano dell'uomo e la materia antica. Nelle sue opere in granito – in particolare una serie di archi che pesano fino a 18 tonnellate – si instaura una tensione quasi metafisica tra la densità del materiale e la leggerezza del gesto scultoreo. Théret non doma la pietra; la interroga, la attraversa, la ascolta.
All'incrocio tra le tradizioni della scultura megalitica e le sperimentazioni contemporanee sullo spazio, la sua opera si inserisce in un legame implicito tanto con i menhir di Carnac quanto con le "Costruzioni spaziali" di Naum Gabo. Ma mentre Gabo usa il vuoto come estensione del volume, Théret usa la massa per rivelare il vuoto: lo spazio tra gli archi, gli interstizi lasciati aperti, diventano soglie, luoghi di passaggio in senso tanto simbolico quanto fisico.
Il suo approccio ricorda quello di Richard Serra, nell'idea che la scultura sia un ambiente da abitare, non un oggetto da contemplare. Ma a differenza di Serra, le cui lastre d'acciaio impongono una forma di intimidazione fisica, Théret, al contrario, apre le porte della materia. Non chiude lo spazio: lo invita. Il granito, pesante e opaco, diventa per lui un materiale che respira.
Ritroviamo nelle sue collaborazioni con Daum, che realizzano paste vitree, la stessa ossessione per il passaggio, per la luce, per la memoria degli elementi. Il vetro, in contrapposizione al granito, completa l'alfabeto plastico di Théret: trasparenza contro opacità, fluidità contro solidità. Una dialettica che potrebbe essere letta come un'eco discreta dell'opera di Giuseppe Penone e, più in generale, dell'Arte Povera, nel loro comune desiderio di riconnettersi con la materia prima del mondo.
L'opera di Éric Théret pone quindi questa domanda essenziale: cosa può ancora fare la scultura nell'era della virtualizzazione della realtà? La sua risposta è chiara: può ancora ancorare. In un mondo instabile, le sue pietre restano salde. Delimitano il territorio e offrono punti di riferimento. Non monumenti al passato, ma fondamenta per la percezione.
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