Scultura in bronzo
Il suo lavoro si basa su un'esplorazione della materia, del gesto, dei contrasti e della luce.
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Nata a Brest nel 1975 e oggi stabilita a Tours, Christine Gouez-Manhes trae le fondamenta della sua identità artistica dai paesaggi della sua infanzia bretone. Molto presto affascinata dalla roccia e dal mondo minerale, ne cerca forme e presenze che diventeranno progressivamente al cuore della sua pratica.
Parallelamente a una carriera internazionale di venticinque anni in azienda, negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Germania, continua senza interruzione il suo lavoro artistico. Formata in particolare agli Ateliers des Beaux-Arts della città di Parigi, esplora il trompe-l'œil, il ritratto e sviluppa una serie dedicata ai cirés dei pescatori, in omaggio ai lavoratori del Finistère.
Nel 2024, sceglie di dedicarsi completamente all'arte. La sua pittura evolve allora progressivamente dalla figurazione a una espressione più astratta e gestuale, mentre la roccia si impone come il suo soggetto prediletto.
Il suo approccio risuona in particolare con l'approccio fisico e materiale di Antoni Tàpies, la potenza gestuale di Franz Kline, la ricerca attorno al nero e alla luce di Pierre Soulages, nonché con gli spazi silenziosi e gli orizzonti di Geneviève Asse.
A partire dal 2025, arricchisce anche la sua pratica con la xilografia, esplorando la punta secca, l'acquaforte e l'acquatinta. Questa nuova disciplina nutre a sua volta la sua pittura e rafforza il suo lavoro attorno al nero, alla profondità e ai contrasti.
Christine Gouez-Manhes espone regolarmente il suo lavoro. Partecipa in particolare al Salon d'Automne di Parigi e al Salon des Artistes Français – Art Capital al Grand Palais, nonché a diverse mostre e manifestazioni artistiche nella regione toulousaine e in Francia.
Profondamente legata all'arte come mezzo di condivisione e creazione di legami, sviluppa anche iniziative artistiche presso diversi pubblici e nel mondo aziendale.
Attraverso le rocce e le forme minerali, esplorate al confine tra figurazione e astrazione, Christine Gouez-Manhes crea un punto di incontro tra la «materia del mondo» e la «materia di sé». Con la pittura e la xilografia, esplora il tempo geologico e inscrive l'esistenza umana in una temporalità più vasta.
Nella sua pittura, lascia che inchiostri e acrilici segnino la superficie in modo organico. Per sovrapposizioni, impasti, zone graffiate e riprese successive, il suo lavoro acquisisce una dimensione profondamente tattile. La materia che ne risulta crea una sensazione di densità: evoca ciò che resiste, ciò che rimane di fronte al tempo.
Accanto alle rocce, l'artista libera il gesto, oscillando tra tracce calligrafiche e proiezioni di pittura per esprimere ciò che la attraversa. Le sue tele diventano così luoghi di memoria, sia intimi che geologici. Di fronte alla roccia, i nostri propri sconvolgimenti interiori, come le forze esterne più violente, si inscribono in un continuum più vasto.
La sua pratica della xilografia risponde a questa stessa filosofia. Elaborata nel corso di un processo prolungato, la lastra di rame viene lavorata alla punta secca e poi morduta dall'acido. Ogni traccia — che sia frutto del caso o dell'intenzione, di un gesto delicato o di un'intervenzione più aggressiva — viene trasferita sulla carta. È l'intensità della morsura dell'acido che conferisce all'inchiostro la sua profondità.
Rocce, fratture e pietre prendono vita in una tavolozza dominata dai neri, dai grigi e da profonde fulgurazioni di blu. Il magma si trasforma, le forme emergono e la loro poesia inizia a risuonare, accompagnata dagli scritti di Guillevic e dalla musica di Yann Tiersen, che nutrono il suo processo creativo.
L'associazione di paesaggi minerali figurativi con un'astrazione potente, materiale e gestuale caratterizza il suo lavoro. Ci riporta all'essenza stessa della nostra condizione umana: effimere di fronte alla permanenza delle pietre, ma vibranti e profondamente radicate nella materia del mondo.
Per Christine Gouez-Manhes, dipingere è un viaggio attraverso la materia. Sotto il suo pennello e il suo coltello, il gesto cerca meno a descrivere il mondo che a rivelarne le strutture sottostanti: strati, tensioni ed effacementi. La tela diventa un territorio vivente, uno spazio dove le rocce emergono e dove il colore si vive fisicamente.
Si tratta di una vera coreografia tattile: il pennello accarezza o insiste, mentre il coltello taglia, sposta e rivela. Le materie si rispondono: gli inchiostri penetrano la superficie, l'acrilico cattura l'intensità dell'istante, mentre l'olio trattiene la memoria. Lavorando a strati successivi e per sedimentazione, accoglie l'accidente come un alleato, costruendo progressivamente la superficie fino a quando l'opera non raggiunge il suo punto di equilibrio, al confine tra emergere e resistenza.
La xilografia instaura un dialogo più intimo, inciso nel metallo. Sulla lastra di rame, la punta secca incide la superficie, l'acquaforte apre i suoi percorsi e l'acquatinta costruisce i volumi. L'acido morde il metallo e ne crea solchi, come l'erosione segna la roccia o come la presenza umana lasci la sua traccia. Ogni incisione diventa una memoria.
Segue il passaggio sotto la pressa. Questo rivela ciò che era nascosto e trasferisce l'impronta sulla carta. Tra maestria e abbandono, Christine Gouez-Manhes accoglie l'imprevedibilità dei bagni di acido, la profondità dei neri e la densità delle materie.
L'incisione diventa allora un'impronta.
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