Scultura in bronzo
Ogni tela diventa una scena interiore, un paesaggio affettivo, dove la natura – onnipresente – parla a masse, shock, tremori.
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GABAN è il nome di un battito d'ali intime.
un soffio che non si soffoca più. Una vibrazione che impone la sua necessità. Pittore dell'emozione pura e della materia vivente, GABAN emerge tardi, ma con la certezza di essere, finalmente, là dove tutto converge.
Nato da una stirpe di artisti – nipote di Maxime Pierre André Verdier, pittore e professore alle Belle Arti, e figlio di Michel Verdier, medico patologista e laqueur – GABAN porta nelle sue vene la memoria dei gesti, la rigore dello sguardo e la libertà dei pigmenti. Ma è fuori dalle accademie che la sua opera prende forma. Alcuni corsi, rapidamente abbandonati. L'essenziale è altrove: nel frastuono dei colori, nell'impulso viscerale del gesto, nella tensione tra superficie e profondità. Non mai copiare il reale. Transpercarlo. Sentirlo. Inventarlo. In GABAN, l'emozione prevale sulla figurazione, la texture sulla linea. I suoi atelier, a Parigi e Aix-en-Provence, sono santuari. Da una parte un incorniciamento costruito per lei da suo compagno, dove si svolge la muta silenziosa di una vita parigina esigente e esposta, verso un'interiorità fertile. Lì, il parco della casa Ithaque dispiega la sua palette infinita di verdi, ocra, ombre umide. La natura non è una fonte di ispirazione: è una matrice, una partner, un doppio vivente. Dall'altra, il suo studio parigino dove i riflessi del sole sui tetti parigini sono tanti specchi delle anime, terreni fertili delle sue creazioni. GABAN, nome scelto con aplomb da una donna che si assume pienamente ma rifiuta le assegnazioni. L'ambizione non è di genere: diventare un grande artista, vendere le sue opere in vita, esistere nella materia e nel mercato. Che la storia dell'arte sia maggiormente maschile non è una limitazione, è un campo da reinventare. Apparsa alla pittura nel 2013 in un momento di frattura assumata con le convenzioni e l'auto-censura, GABAN entra nella creazione per effrazione. Il suo periodo “EMERGENCE" (2013-2017) è denso, minerale, sconvolto. Le tele portano i stigmi dell'eccesso, del caos interiore, delle falle tanto quanto della volontà di estrarre. La materia è grezza, talvolta nera, incisa, come un terreno bruciato ancora fumante. Dal 2025, un'era nuova si instaura: il periodo “CONVERGENCE", orientato al placarsi, all'accettazione, all'apertura. I colori si allargano, le forme respirano, i gesti si alleggeriscono senza mai perdere in intensità. GABAN non cerca più: GABAN è. E ogni tela lo dice con eleganza e potenza. GABAN non dipinge per ornare, ma per dire. Dire la bellezza fulminante del vivente, i combattimenti sotterranei dell'anima, e questa ricerca di un equilibrio sempre instabile tra esiguità, libertà e umanità.
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